Quattrocentoventisettemila affabulazioni

Quattrocentoventisettemila affabulazioni

parole e suoni in viaggio attraverso la storialocandina-427000-a-

Autore: Emanuele Landi

In nova fert animus mutatas dicere formas
corpora: di, coeptis (nam vos mutastis et illas)
adspirate meis primaque ab origine mundi
ad mea perpetuum deducite tempora carmen.

L’ispirazione mi afferra e m’induce a cantare le trasformazioni dei corpi in altri tutti diversi. O dei siete voi che ad esse avete presieduto; siate dunque benevoli alla mia impresa e accompagnate il mio poema nel suo svolgersi dalla remota origine del mondo fino al tempo in cui vivo.

Ovidio “Le Metamorfosi” libro primo

«Ho capito bene, parti dalle “Metamorfosi”di Ovidio per la stesura del nuovo spettacolo?»

«Ti pare un azzardo? Io credo che, sia necessario allargare i nostri orizzonti, soprattutto quando lavoriamo su un teatro che ha caratteristiche marcatamente civili, o come dicono alcuni, specificatamente sociali. Non dobbiamo dimenticare che i tempi i cui viviamo sempre più si caratterizzano per un allontanamento dalla conoscenza e dal desiderio di apprendere, ed è fin troppo chiaro, dopo aver ben riflettuto, che per capire i molti avvenimenti di cui siamo testimoni è necessario volgere lo sguardo alla classicità. Da questa certezza sono partito»

«Mi viene da chiederti se non temi che lo spettacolo sia di difficile comprensione, addirittura ostico e quindi per pochi, ma prima fammi capire come lo hai impostato, ad esempio come comincia?»

«Comincia con questa frase:
Si dice che quattro sono le ere che si susseguono all’infinito.
Un’incorrotta età dell’oro. Una più fragile argentea.
Una caduca età del bronzo. La corrotta età del ferro
Al termine dell’Era Oscura, l’età del ferro, di nuovo si manifesta l’età dell’oro.
Si dice ancora che al termine dell’attuale Oscura Età, manchino 427.000 anni»

«Da dove hai dedotto questa cifra? Sarebbero, se ho ben compreso, gli anni che ci separano dalla fine della quarta Era, non mi pare però, che Ovidio enunci una fine precisa».

«Non te lo dirò perché sarà la messa in scena che risponderà alla tua domanda. Soffermati piuttosto sul primo verso delle Metamorfosi vi è tutto il senso della mia stesura, un viaggio temporale che guarda dentro ognuno di noi, attraverso le incertezze e le paure che dominano questo tempo, cerca di comprendere come proprio i versi di Ovidio possono guidarci. In questo modo, l’azione o l’orazione civile, che dir si voglia si palesa sul palcoscenico, facendo rivivere i versi del poeta quand’anche non enunciati o affabulati dall’oratore/attore. Se questo avviene, e gli astanti, si lasciano permeare dai versi, dai gesti e dai suoni prodotti, allora nulla si frappone più alla comprensione del vero senso della rappresentazione»

Non andai oltre, tacitai la mia curiosità e salutai l’amico, che si apprestava ad iniziare le prove di questo nuovo lavoro. Non volli assistere a nessuna prova, mi sarei recato alla prima per verificare la mia capacità di capire, sia le parole dette sia le emozioni che la rappresentazione avrebbe prodotto in me.
Venne quel giorno, seduto nell’attesa dell’inizio, riflettevo sulla carica emozionale del teatro, nell’attesa di quel momento, avevo riletto le Metamorfosi provando più che altro sgomento, perché mi pareva, pagina dopo pagina di guardare dentro me stesso e vedervi l’umanità tutta impegnata nel suo faticoso cammino verso una meta finale incerta e per i più ignota. Abbandonato a questi pensieri, mi avvidi d’improvviso del calare delle luci in sala, all’aprirsi del sipario fui tutt’uno con la scena.
Quando mi chiesero la mia impressione sullo spettacolo, non potei dire altro che un profondo dolore mi aveva preso sin dalle prime battute e che avevo avvertito che quelle parole, quei gesti e quei suoni erano entrati in ciascun spettatore, assecondando ogni personale indole, e che mille pensieri e altrettanti livelli di comprensione aleggiavano nella sala.
La notevole capacità dei musicisti, le voci degli attori, cominciando dal mio amico e poi dalle giovanissime debuttanti davano davvero forza alle parole che prima delle prove avevo scambiato con Mattia.
Finito lo spettacolo percepii una spossatezza profonda, fu un attimo solo, subito dopo ebbi chiara la vera essenza del teatro, un viaggio sottile tra arcano e consapevolezza, capace di dare forza alle migliori aspirazioni della Persona, e ho compreso, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che l’arte e il teatro sono assolutamente antitetici ad ogni forma di Potere.
Un’altra sensazione ho avuto , e questa riferita al mio amico, che con questo spettacolo finiva un ciclo, in particolare quell’esperienza dove la musica si poneva potente sulla scena, forse non era ancora il canto del cigno, che sarebbe arrivato di lì a poco, aprendo a nuovi progetti e nuovi viaggi dove la voce sarebbe stata protagonista e la musica discreta compagna di viaggio.
Lasciando il teatro mi tornarono alla mente i versi dell’incipit dello spettacolo.

«Si dice che quattro sono le ere che si susseguono all’infinito.
Un’incorrotta età dell’oro. Una più fragile argentea.
Una caduca età del bronzo. La corrotta età del ferro
Al termine dell’Era Oscura, l’età del ferro, di nuovo si manifesta l’età dell’oro.
Si dice ancora che al termine dell’attuale Oscura Età, manchino 427.000 anni»

Ho iniziato, all’indomani della prima dello spettacolo, a consigliare la lettura delle “Metamorfosi”, e devo dire che molti hanno seguito il mio consiglio. Così continuo a consigliarlo.

Publio Ovidio Nasone (poeta e letterato latino. Sulmona 20 marzo 43 a.C. -Tomi 17 d. C.).
Le Metamorfosi (forse la più imponente delle opere di Ovidio, iniziata nel I° secolo d.C.).